Delitto di via Pescaria, il marito: «Non volevo uccidere Valentina»

L’INTERROGATORIO. Vincenzo Dongellini, interrogato in ospedale, ha riferito che la coltellata al torace è stata accidentale e che è stato colpito a sua volta. Per il gip la versione è «assolutamente inverosimile». Disposta la custodia in carcere.

La lite, iniziata la sera precedente, si riaccende la mattina di mercoledì 18 marzo: il marito la minaccia di farle del male e la insulta. Entrambi si recano in cucina, prendono un coltello e tornano in camera. In ginocchio sul letto, si colpiscono reciprocamente. Lui la ferisce due volte al collo e nella caduta che segue, la colpisce al torace in modo non intenzionale.

L’interrogatorio

È questa la scena raccontata sabato 21 marzo nell’udienza di convalida da Vincenzo Dongellini su quanto sarebbe accaduto la mattina di mercoledì, quando ha colpito 19 volte la moglie Valentina Sarto, lasciandola senza vita. Il marito della vittima ha affermato al gip che la sua intenzione non era però quella di ucciderla. Una versione «assolutamente inverosimile», si evidenzia nell’ordinanza del gip Federica Gaudino che ha convalidato l’arresto dell’uomo disponendone la custodia cautelare in carcere e raccomandandone la «costante osservazione» dopo le dimissioni dal «Papa Giovanni», dove è stato portato venerdì 20 marzo in Psichiatria.

«Culmine di condotte violente»

L’uomo, assistito dall’avvocato Stefania Battistelli, durante l’interrogatorio (era presente anche il pm Antonio Mele) ha inoltre ricordato che in quel frangente Valentina l’aveva «pregato di non ucciderla». La possibile configurazione del reato di femminicidio, ipotizzata dalla Procura, emerge anche dal fatto che l’episodio rappresenta «il culmine di una serie di condotte violente e di controllo del coniuge, determinate dalla gelosia». Non ci sarebbero inoltre dubbi sull’intenzionalità, in quanto la vittima è stata colpita ben 19 volte, al collo, al fianco e al torace, con un coltello con una lama di 20 centimetri. Mentre gli atti di autolesionismo che il 49enne avrebbe successivamente compiuto (che, secondo l’indagato, confermerebbero la mancanza di volontà di uccidere la moglie), si ritengono spiegabili con l’essersi reso conto della «gravità di quanto avvenuto o con l’intento di alleggerire la propria posizione».

La chiamata alla figlia

Dongellini, la mattina dell’omicidio, ha chiamato la figlia alle 11,52 affermando: «L’ho ammazzata». La giovane, che vive con la madre, ha capito subito che il padre si riferiva a Valentina, anche perché sapeva della separazione in corso e delle difficoltà dell’uomo ad accettarla. Ha quindi chiamato il 112 per segnalare un possibile accoltellamento. La squadra mobile di Bergamo, arrivata in via Pescaria, ha trovato l’uomo sporco di sangue, singhiozzante e in stato confusionale, che ha mostrato ferite sugli avambracci e diceva di aver bevuto varechina. Subito avrebbe detto che si erano accoltellati «a vicenda» e che la moglie voleva lasciarlo «perché si era innamorata di un altro». Valentina, già a febbraio, aveva raccontato a un’amica di alcune liti, non solo verbali, con il marito. E appena sei giorni prima dell’omicidio, lui l’aveva ferita al polso. C’erano state minacce di morte, registrate e inviate all’uomo con cui aveva iniziato una frequentazione, che l’aveva anche accompagnata dai carabinieri. Valentina non aveva però voluto denunciare il marito, convinta che non le avrebbe fatto del male.

I litigi e le minacce

Già prima del matrimonio, ha ricordato Dongellini, l’uomo aveva avuto scatti d’ira e aveva spinto Valentina, salvo poi promettere che non sarebbe più accaduto. E anche prima della scoperta della relazione di lei non erano mancati i contrasti. Lui ha parlato prima solo di liti verbali, e poi di «spintoni o schiaffi reciproci». Affermando peraltro che non sempre, durante questi episodi, lei «aveva la peggio in termini di conseguenze fisiche». Ha poi raccontato che la sera precedente al delitto c’era stata un’ennesima lite, durante la quale si erano strattonati e lui l’aveva minacciata di morte. Nonostante tutto avevano dormito insieme, per poi svegliarsi il 18 entrambi «agitati». Lui l’aveva nuovamente minacciata e insultata. Secondo la sua versione, lei era andata in cucina a prendere un coltello e lui aveva fatto lo stesso; poi erano tornati in camera, inginocchiandosi sul letto e colpendosi a vicenda. Ha parlato di due fendenti inferti «intenzionalmente» al collo della donna e di una coltellata «accidentale» al torace mentre cadevano dal letto, durante la cui caduta anche lei si sarebbe ferita. Una ricostruzione giudicata priva di logica.

Non trova riscontro nemmeno l’ipotesi di un’aggressione reciproca, con la vittima colpita ben 19 volte e il marito che ha invece riportato graffi superficiali al collo e sulla pancia «assolutamente compatibili con il tentativo di difendersi» da parte di Valentina. A cui si aggiunge la circostanza del fatto che lei l’ha «pregato di non ucciderla durante la colluttazione», dettaglio incompatibile anche con l’assenza di intenzionalità da parte di lui perché «le suppliche» di Valentina «avrebbero potuto indurlo a fermarsi, rendendosi conto di quello che stava facendo».

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