Una guerra insensata. Tutti cantano vittoria ma non ha vinto nessuno
MONDO. È il triste folklore di un conflitto che era assurdo in origine e assurdo rimane anche in quelle che, incrociando le dita, sembrano finalmente le sue convulsioni finali.
Lettura 2 min.Era assolutamente inevitabile che Donald Trump, pressato dal calo del gradimento interno, dall’imminente G7 in Francia e dall’ottantesimo compleanno in arrivo domani, si dichiarasse vincitore nella crisi con l’Iran. Un po’ come sull’altro lato della barricata fanno i pasdaran, che ogni giorno minacciano sfracelli epocali. È il triste folklore di una guerra che era assurda in origine e assurda rimane anche in quelle che, incrociando le dita, sembrano finalmente le sue convulsioni finali. Gli scongiuri riguardano solo alcuni dei protagonisti, perché da altri, meno inclini a parlare a vanvera, sembrano arrivare buone notizie. Il premier pakistano Shehbaz Sharif, protagonista discreto ma decisivo del lungo negoziato, ha detto che «la pace non è mai stata così vicina». A stretto giro di posta, il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Araghchi, ha ribadito che «il memorandum d’intesa di Islamabad non è mai stato così vicino alla conclusione». Affermazioni impegnative da parte di personaggi non molto inclini ai facili entusiasmi: possiamo davvero cominciare a sperare.
I dubbi
Molto oltre, però, non è possibile andare. Intanto perché i termini reali del memorandum non sono ancora noti, mentre è già partita la corsa a seminare illazioni o invenzioni per dare soddisfazione all’una o all’altra parte. Si dice che l’Iran sia disposto a rinunciare al programma nucleare, ma non si sa se l’eventuale rinuncia riguardi anche il nucleare civile, che il regime degli ayatollah ha sempre rivendicato come un diritto inalienabile. Si parla della completa eliminazione degli stock di uranio arricchito. Si allude alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma come, quando e in cambio di che cosa, che sono poi gli aspetti fondamentali della questione, al momento non è dato sapere.
I tanti protagonisti
Al punto che il povero J. D. Vance, che da vice-presidente Usa dovrebbe firmare il memorandum a Ginevra (appuntamento che i pasdaran definiscono «un’illusione americana»), corre a destra e a manca per smentire questa o quella voce. Sono ore confuse anche perché, sarà bene non dimenticarlo, al centro dell’attenzione ci sono Usa e Iran ma la crisi ha tanti altri protagonisti. I Paesi del Golfo Persico, ignorati da Trump al momento di iniziare la guerra ma poi importanti nel premere sugli Usa per evitare una ripresa delle ostilità. Del Pakistan decisivo mediatore abbiamo già detto. E poi Cina e Russia, per lo più silenti ma più che mai interessate alle difficoltà degli Usa (che per il Cremlino si sono trasformate in un allentamento delle sanzioni sul petrolio) e alla sorte dell’Iran.
La posizione di Israele
E infine, e soprattutto, Israele. Il governo Netanyahu ha cercato in ogni modo di coinvolgere gli Usa in quello che avrebbe dovuto essere il definitivo regolamento di conti con l’Iran, e per un po’ è riuscito nel suo proposito. Ma poi le cose si sono complicate, l’Iran ha reagito all’attacco israelo-americano in modo e in misura inaspettati, il blocco di Hormuz ha dato il via a una crisi globale e la Casa Bianca non si è più sentita di proseguire in un’escalation militare. Adesso che si parla di accordo, Israele fa sapere che non rinuncerà alla possibilità di «agire in modo indipendente per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari». Considerato che da più di trent’anni Netanyahu va dicendo che l’Iran domani, al massimo dopo domani avrà la bomba atomica, l’affermazione di cui sopra diventa «agire come e quando ci parrà conveniente farlo». Si ha inoltre la sensazione che Trump, per tenere a freno Netanyahu sull’Iran, abbia dovuto lasciargli mano libera a Gaza, in Libano e in Siria. E dunque la certezza è che, se pure si chiuderà lo scontro tra Usa e Iran, i drammi per il Medio Oriente non sono finiti.
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