(Foto di Maraviglia)
IL GIALLO. Dolci mercoledì 6 maggio interrogato per sette ore alla presenza del pm e del suo legale. Perquisite la sua villa e quella dei genitori a Sant’Omobono. Lui si dice vittima di un complotto.
Strozza
«Mi vogliono tappare la bocca. Stamattina dovevo verbalizzare determinate cose e sono stato fermato in anticipo». Le prime parole pubbliche da indagato di Francesco Dolci gocciolano sempre nell’alveo del complotto che il 41enne ex fidanzato di Pamela Genini aveva ripetutamente fatto aleggiare davanti alle varie telecamere quando ancora era una persona informata sui fatti.
E cioè, che lui sarebbe in possesso di informazioni schiaccianti su un giro di riciclaggio nel quale la 29enne di Strozza, uccisa da Gianluca Soncin il 14 ottobre scorso a Milano, sarebbe stata coinvolta. Pista che il pm Giancarlo Mancusi e i carabinieri del nucleo investigativo di Bergamo non hanno abbandonato, ma che s’è man mano affievolita dopo la serie di accertamenti che hanno indirizzato l’indagine verso il movente ossessivo. Tanti elementi minano infatti l’ipotesi del ricatto economico caldeggiata da Dolci. La profanazione del cadavere (la testa della ragazza fu tagliata) risale ai primi di novembre, un paio di settimane dopo il funerale. Perché entrare in azione così presto, quando i conti bancari della vittima erano ancora sotto sequestro (lo sono tuttora), per far arrivare un avvertimento a chi dovrebbe restituire denaro non suo? E poi perché un gesto così eclatante? Non sarebbero bastati, come avviene di solito in questi casi, l’uscio di casa o un’auto dati alle fiamme? E poi perché curarsi di ricomporre con il silicone il cofano zincato della bara, perché sigillare col mastice il loculo dopo essersi appropriati del capo di Pamela?
Sono anche questi interrogativi che hanno portato alla svolta di mercoledì 6 maggio, quando l’impresario edile di Sant’Omobono è stato iscritto nel registro degli indagati per violazione di sepolcro e sottrazione di cadavere. Non è una condanna anticipata, anzi l’avviso che ha ricevuto il 41enne mette a disposizione strumenti per difendersi dagli indizi che gli sono piovuti addosso: è bene specificarlo, anche perché nel bailamme mediatico che ha investito questa vicenda di macabro gotico in molti hanno già sfornato sentenze definitive.
Per sette ore Dolci è rimasto all’interno del comando provinciale dei carabinieri di via delle Valli a Bergamo, assistito dal suo legale Eleonora Prandi. Gli inquirenti restano abbottonatissimi sul contenuto dell’interrogatorio: in un comunicato si limitano a scrivere che «il signor Dolci ha risposto a tutte le domande» e che il contenuto è «coperto da segreto istruttorio e da esigenze investigative». Con lui gli inquirenti hanno insistito sull’uomo inquadrato di notte dalle telecamere del cimitero di Strozza pochi giorni prima del 23 marzo, quando fu scoperta la profanazione, ombra che – per chi indaga – apparterrebbe «al 90%» al 41enne; le dichiarazioni delle persone informate sui fatti sentite nei giorni scorsi; e tutti i riscontri che in questo mese e mezzo sono finiti nel carniere degli investigatori.
L’impresario nella mattinata del 6 maggio si era diretto al comando della Compagnia carabineri di Zogno per presentare integrazioni alle sue numerose denunce. Ma qui gli è stato detto che era atteso dai colleghi a Bergamo. Una convocazione ufficiale con tanto di difensore al seguito, procedura che si riserva agli indagati. Dolci alle 11 ha parcheggiato la sua Opel Adam nell’area di servizio di via delle Valli e mentre fumava l’ennesima sigaretta è stato raggiunto da alcuni militari del nucleo investigativo che lo hanno accompagnato negli uffici del comando. Ad attenderlo ha trovato il pm Mancusi, la cui presenza faceva presagire che non si sarebbe trattato di un giornata qualunque. La sua auto è rispuntata da un cancello secondario del comando, per sfuggire all’assedio dei giornalisti, poco dopo le 18, scortata da una vettura dei militari. Destinazione Mazzoleni, la frazione di S. Omobono dove fino a tarda notte sono state perquisite la villa di Francesco e quella vicina dei genitori. Gli inquirenti sono a caccia della testa di Pamela, ma anche del flessibile, del mastice e del silicone usati durante la profanazione.
«Non ho fatto niente, non faccio cose del genere», non rinunciava a dichiarare, parlando anche di un misterioso telefono bianco, il 41enne, mentre le perquisizioni fervevano. «Mio figlio è innocente», ripeteva a poca distanza la madre, sorpresa su un furgone nella stradina che porta a casa sua e costretta a nascondere il volto con uno straccio davanti a telecamere e telefonini puntati a mezzo metro di distanza da quello che dava l’impressione di essere, più che giornalismo, un plotone di esecuzione.
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