La causa ucraina e i consensi persi

MONDO. Il dibattito italiano intorno alla scellerata invasione russa dell’Ucraina si era polarizzato già nei primi giorni dell’«operazione militare speciale».

Il manicheismo, lo schierarsi su fronti opposti è una cifra del nostro discorso pubblico, soprattutto di quello televisivo, alla ricerca della contrapposizione per tenere il tono alto. Riflessione e competenza sono qualità poco in voga anche fra una parte consistente dei cittadini che cercano invece l’identificazione con posizioni che corrispondano alla propria opinione. Una lettura ideologica attribuisce la responsabilità dell’invasione alla Nato e agli Usa che hanno «usato» l’Ucraina, non considerata invece Stato sovrano e indipendente il cui popolo ha scelto a larga maggioranza le alleanze per liberarsi dal giogo secolare del Cremlino. Si è prodotta così un’inversione di responsabilità, con la colpevolizzazione vergognosa delle vittime e un’attenuazione, più o meno consapevole, della gravissima titolarità dell’aggressione a Vladimir Putin, propugnatore di un imperialismo territorialmente espansivo. Non sappiamo, o ci siamo dimenticati, che nel 2008 lo «zar» portò la guerra in Georgia, annettendosi di fatto due regioni tuttora occupate militarmente. Nel 2014 la stessa sorte toccò alla Crimea ucraina. Ancora nel 2014 il governo della Transnistria, che legalmente appartiene alla Moldavia ma è occupata da truppe di Mosca, chiese l’adesione alla Russia, richiesta sospesa in attesa degli eventi.

L’espansionismo putiniano si è poi rivolto al «boccone» più grosso, Kiev. Fin dall’inizio però l’invasione, nell’alba famigerata del 24 febbraio 2022, non ha raccolto una condanna unanime. La causa ucraina nel tempo ha perso altri consensi anche per la richiesta, corrisposta, di armi avanzata dal presidente Volodymyr Zelensky ai Paesi occidentali, per allontanare l’esercito del Cremlino che nelle zone occupate, da Bucha a Mariupol, si è macchiato di gravi crimini sui civili. Lo spettro di un allargamento della contesa e la minaccia nucleare esercitata da Mosca hanno poi favorito richieste di sacrifici territoriali all’Ucraina per corrispondere agli obiettivi russi. Col tempo si è generato un giudizio di corresponsabilità del conflitto e il distacco dalla causa di Kiev è cresciuto con l’assuefazione alla guerra (ad ogni guerra...). Così secondo un recente sondaggio di «Demos», rispetto a un anno fa il consenso verso la Russia è salito di qualche punto, all’11%, mentre il sostegno all’Ucraina è crollato dal 44% nel marzo 2022 al 29% di oggi. Una tendenza politicamente «trasversale». Ma ad essere dominante è la «zona grigia» di chi non prende posizione: il 60%.

Al fondo resta la difficoltà a capire, da parte di noi europei dell’Ovest, le inquietudini dei popoli dell’Est. La casa editrice «Adelphi» nel maggio dell’anno scorso ha proposto per la prima volta in italiano «Un Occidente prigioniero», saggio preveggente composto da due interventi di Milan Kundera, il grande scrittore, poeta e drammaturgo francese di origine cecoslovacca scomparso martedì scorso: uno del 1967 e l’altro del 1983. Il primo ricorda i valori culturali delle singole nazioni e sottolinea l’ingiustizia delle interferenze imposte dagli ideologi di regime. Il secondo è un atto d’accusa appunto all’Occidente che non ha compreso il significato della «distruzione» del lembo orientale europeo da parte dell’Urss e cosa abbia significato per i popoli la costrizione violenta di una vita dentro il regime sovietico, che Putin rimpiange quando dice che «la dissoluzione dell’Urss è stata la più grande tragedia geopolitica del ’900», senza per altro rammentare che quella dissoluzione fu decisa a Mosca.

Nel romanzo «Il valzer degli addii» Milan Kundera scriveva invece: «Col tempo il boia è diventato un personaggio vicino e familiare, mentre il perseguitato ha sempre qualcosa che puzza di aristocratico. L’anima della folla, che forse un tempo si identificava coi miseri perseguitati, si identifica oggi con la miseria dei persecutori». Capire in profondità l’Est Europa è la premessa per trovare una via d’uscita giusta e realmente pacifica alla guerra in Ucraina.

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