Le industrie regine dell’economia bergamasca
Un record di fatturato, nuovo primato dell’utile, meno sofferenze finanziarie e imprese che diventano sempre più grandi. Ecco la classifica di «Skille 1.000», il nuovo volume in edicola con L’Eco di Bergamo, con la lettura dei bilanci delle prime mille imprese della provincia e l’analisi dei principali indici economici e finanziari. Gli ultimi dati (anno 2017) indicano un consolidamento ulteriore della ripresa. Ma in un forum di Skille con sette imprenditori del territorio sono emerse le nuove sfide che attendono il sistema industriale locale.
È in edicola con L’Eco di Bergamo il nuovo volume «Skille 1.000», la rivista economica che pubblica la classifica delle prime mille aziende bergamasche per valore del fatturato. Nel nuovo numero, oltre alla classifica per ricavi, viene pubblicata per ciascuna delle mille aziende l’analisi dei conti economici sulla base di altri nove indici economico-finanziari, che vanno dall’utile al livello di indebitamento, dall’indice Roi (la misura del ritorno sugli investimenti) al valore degli Ebitda, fino al Mol (il margine operativo lordo) e al valore del patrimonio netto di ciascuna impresa. I valori sono tutti messi in relazione ali valori dell’anno precedente così da verificarne il trend registrato negli ultimi dodici mesi.
Non solo. Per meglio approfondire il lavoro di analisi e comprendere l’evoluzione e gli scenari economici che attendono l’intero sistema economico del territorio, gli esperti e analisti di Deloitte, società internazionale di consulenza aziendale, con la redazione di Skille hanno condotto un confronto e dibattito con sette imprese del territorio (Milestone, Pedrali, Lovato Electric, Valtellina, Fae Technology, Automha e Martinelli Ginetto) sulla trasformazione che queste aziende stanno affrontando sotto il forte impulso del paradigma di Impresa 4.0. Attraverso la loro testimonianze, le loro scelte e le loro visioni è stato possibile capire quanto è stato finora l’impatto - in termini di benefici e vantaggi competitivi - della trasformazione digitale e delineare così le principali sfide che l’intero sistema industriale non solo del territorio sarà chiamato ad affrontare nell’immediato futuro. Ecco di seguito una prima analisi e un primo approfondimento della rivista «Skille 1.000».
Sommario
Anno 2017: la ripresa si consolida
La crescita tocca un nuovo primato
L’utile e i ricavi non fermano la loro marcia
Corrono i pilastri dell’industria bergamasca
Dalla crescita un argine ai debiti
La Meccanica: i segnali portanti dell’innovazione
La Gomma: un settore trainato dalla ricerca
La Chimica: un freno la mancanza di profili specializzati
Il Forum di Skille con le imprese
L’impatto digitale sulle fabbriche è già storia
Industria 4.0: le nostre imprese spiegano come si fa
Investire nelle persone è una priorità del digitale
Anno 2017: la ripresa si consolida
Undici milioni di euro in più al giorno, sabati e domeniche inclusi. Oltre 118 milioni al giorno di ricavi complessivi registrati per ogni giorno del 2017.
Sono i primi numeri di una crescita migliore da dieci anni quella segnata a fine 2017 dal sistema industriale bergamasco. Il barometro dell’economia reale che emerge dall’analisi dei primi mille bilanci (gli ultimi disponibili in forma completa, di imprese con ricavi superiori agli 8 milioni e generati da società con sede legale in Italia), riqualificati e classificati in base a fatturato e ad altri nove indici economico-finanziari, indica uno sviluppo industriale ancora robusto, progressivo, anche se non omogeneo, in cui c’è stata comunque una piccola frenata soprattutto in testa alla classifica, fra le big dell’industria locale.
Ecco allora la classifica 2017: sul gradino più alto del podio 2017 anche quest’anno, quindi, si conferma regina dei migliori bilanci per fatturato Mediamarket, industria leader nel commercio di prodotti elettronici con ricavi di poco sopra i 2 miliardi di euro. Segue poi Same, Brembo, Sanpellegrino, Dalmine, Schneider Electric, ma anche Polynt, Italcementi, Radic e Gewiss sono le industrie fra le prime venti regine del fatturato bergamasco 2017 (con valori dei ricavi fra i 2 miliardi di euro e i 300 milioni di euro), tutte in crescita, e confermate imprese trainanti di un sistema in grande trasformazione produttiva sotto la spinta del paradigma digitale di Industria 4.0 ora rinominata Impresa 4.0.
La classifica fa riferimento ai conti economici depositati in Italia da società che hanno sede legale in provincia di Bergamo e che certificano i loro bilanci in Italia.
Sfuggono quindi a questa classifica i bilanci consolidati dei gruppi industriali che hanno conti economici di filiali, industrie e società, ma con sede legale all’estero. Il caso più evidente è la Brembo, che con i suoi 2,4 miliardi di aggregato sarebbe nettamente in cima alla classifica.
La fotografia dei bilanci 2017 dell’economia reale indica anche che Meccanica, Gomma-plastica, Chimica restano i settori portanti del sistema industriale ed economico del territorio, tutti protagonisti soprattutto di una nuova stagione di innovazione e di grande trasformazione organizzativa sia sotto il profilo dei processi di produzione sia del prodotto e dei servizi al mercato.
La crescita tocca un nuovo primato
Il clima a fine 2017 è rimasto di elevato dinamismo. E in particolare in relazione alla crescita delle dimensioni aziendali. Anche il 2017 conferma cioè quel trend iniziato a fine 2014-inizio 2015 e che vede sempre più affollata la pattuglia delle medie imprese: se nel 2016 la quota di medie imprese (con un fatturato compreso fra i 10 e i 50 milioni) arrivava a contare poco meno di sette aziende su dieci, l’anno scorso il rapporto è cresciuto fino a incidere per quasi il 75%.
Un percorso di crescita che ha contagiato anche chi era già media impresa e che ora, grazie a una nuova crescita industriale o a nuove acquisizioni, è entrato a far parte dell’elenco di aziende con fatturati superiori ai 50 milioni di euro: dal 14% di due anni fa al 20% dell’anno scorso.
Un quadro industriale e di sviluppo quindi positivo. In cui i numeri raccontano anche di una prospettiva più chiara. Una situazione di novità se si vuole, proprio perché non priva per certi aspetti di una cresciuta consapevolezza per le opportunità e le occasioni aperte dalla nuova frontiera tecnologica, dai sistemi digitali, dalle soluzioni innovative molto più accessibili alle Pmi e a cui proprio le piccole e medie imprese si stanno decisamente avvicinando in termini di investimenti con sempre maggiore convinzione.
L’industria bergamasca intanto riparte da un altro anno chiuso in netta crescita. Il giro d’affari delle prime mille aziende per fatturato ha segnato un altro record, confermando definitivamente il pieno recupero dei livelli pre-crisi anche se, l’anno scorso, il tasso di incremento (+3,11%), è stato inferiore rispetto al 4,72% che il 2016 ha segnato sul 2015. Una frenata, quindi, al +3,11%, ma si tratta di un valore che comunque resta superiore di ben tre volte alla velocità con cui ha viaggiato l’Italia (+1,5%).
Ancora un buon passo, quindi, fra le tante luci che illuminano le buone performance degli indici di bilancio 2017, anche se non manca nelle pieghe delle cifre qualche piccolo segnale di riflessione.
L’utile e i ricavi non fermano la loro marcia
Il vero record, intanto, segnato dall’industria bergamasca riguarda il nuovo tetto dei ricavi: dopo il primato del 2016 a 39,7 miliardi di euro, l’anno scorso la cifra totale del fatturato delle prime mille aziende è arrivata a sfiorare i 41 miliardi di euro (40,7 miliardi). Questo il valore della produzione delle capogruppo e delle imprese con almeno 8 milioni di fatturato della classifica di Skille. Se nel calcolo vengono compresi anche i risultati delle 119 società controllate, il valore aggregato dei ricavi 2017 delle imprese bergamasche arriva a 42,7 miliardi, traguardo che segna un primato anche rispetto alla crescita del valore medio del fatturato salito a 38,1 milioni di euro.
Di record in record, il secondo traguardo positivo dell’industria orobica riguarda il margine netto realizzato dalle mille imprese della classifica. Dopo un +11,03% dello scorso anno (2016 sul dato 2015), l’anno scorso l’utile netto realizzato ha avuto una nuova impennata con un tasso di crescita doppio rispetto al 2016: un balzo del +23,2% che ha portato il totale del profitto reale 2017 a quota 1,6 miliardi (contro i poco più 1,2 miliardi di fine 2016) portando l’asticella del valore medio dell’utile a quota 1,6 milioni contro i precedenti 1,2 milioni del 2016.
Il dato più evidente, in realtà, è un altro.
Il miglioramento dei bilanci sotto il profilo dei ricavi complessivi è quasi tutto da imputare alle piccole e medie imprese orobiche: 22 miliardi. Le prime cento aziende, la parte della classifica in cui si concentrano le più grandi, pur registrando insieme quasi la metà del fatturato complessivo, nel 2017 hanno segnato il passo, togliendo il contributo alla crescita del valore totale della produzione orobica di un’1%: dal 2016 al 2017 i loro ricavi sono passati da 21 miliardi di euro ai 20,7 dell’anno scorso. Ma un’ulteriore lettura in controluce degli indicatori evidenza un secondo risvolto: a ricavi inferiori corrisponde un margine netto più alto, invertendo quella tendenza a soffrire nel “fare utili” evidenziata nel 2016 da quasi un quarto (+21,6%), l’utile è cresciuto dai 572,3 milioni del 2016 ai 753,1 milioni del 2017.
Questo il livello di pressione economica e finanziaria che arriva dal barometro dei primi mille bilanci aziendali. Ma il miglioramento non è solo nelle prime due voci di riferimento dei conti economici, segnali positivi arrivano anche dal fronte della sostenibilità finanziaria. Se i fatturati hanno accelerato, anche la redditività netta si è confermata ancora un anno sui livelli pre-crisi.
E la dinamica di rafforzamento finanziario delle imprese ha acquisito ulteriore slancio, con oneri e debiti finanziari non solo in netta discesa ma anche più sostenibili.
Ancora: dai bilanci emerge che la redditività lorda è cresciuta, anche se con un tasso inferiore ai ricavi e con risultati più polarizzati tra società con margini negativi e aziende con performance positive. I risultati sono stati più brillanti in termini di redditività netta: si è ulteriormente ridotto, anche per l’anno scorso dopo la netta discesa del 2016, tra tutte le dimensioni aziendali, il numero di società in perdita: da un totale di 98 imprese in sofferenza finanziaria del 2016 si è scesi ulteriormente alle 79 dell’anno scorso.
Corrono i pilastri dell’industria bergamasca
La corsa dei settori industriali non ha fatto emergere un protagonista in assoluto. Anche se, allo stesso tempo, non ha escluso alcuno in particolare. Qualche rammarico per il Tessile che con un fatturato complessivo di settore di 1,3 miliardi è tornato leggermente sotto la soglia di pre-crisi, quando a fine 2008 faceva registrare un valore della produzione di quasi 1,6 miliardi. Una contrazione, quindi, che lo accomuna alla leggera frenata della Meccanica, tornata sotto quota 8 miliardi di ricavi, senza per questo perdere il ruolo di locomotiva dell’intero sistema industriale della provincia. In controtendenza ai due settori-pilastro del sistema industriale bergamasco, le altre due architravi dell’economia locale.
La Chimica con il nuovo primato di ricavi, oltre quota 4 miliardi, ha decisamente doppiato gli 1,9 miliardi di fine 2008 e superato anche il limite dei 3,8 miliardi del 2016. Investimenti, innovazione e ricerca hanno fatto di questo settore un insieme di industrie di eccellenza riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Segue a ruota la Gomma-plastica, un distretto che pur ristretto territorialmente in questi anni ha saputo cambiare ancora pelle all’insegna della ricerca e dell’innovazione di prodotto e di processo.
Dalla crescita un argine ai debiti
La discesa dei debiti continua. Il miglioramento si era già manifestato nei due anni precedenti, i conti del 2017 hanno ulteriormente confermato il rafforzamento del cammino verso una maggiore sostenibilità finanziaria delle imprese bergamasche.
Ulteriore prova e conferma di quanto il livello di sofferenza finanziaria sia stato contenuto da un buono stato di salute dell’intero sistema industriale.
L’analisi evidenzia, primo dato, che tra 2016 e 2017 è diminuito l’ammontare dei debiti finanziari nei bilanci delle imprese analizzate: questa tendenza ha però riguardato esclusivamente le imprese medio-grandi ed è coincisa con una selezione ancora più attenta nella concessione del credito, con un numero molto ristretto di società che hanno aumentato il proprio indebitamento.
Il rosso nei bilanci delle prime mille aziende è praticamente sbiadito: se a fine 2016 erano solo una piccola pattuglia di 100 imprese ad avere ancora i conti in perdita, a fine 2017 questo gruppo si è ulteriormente ridotto a 79, un livello ritenuto fisiologico. Anche perché più della metà delle sofferenze sono imputabili ai bilanci delle società controllate.
Il livello totale delle sofferenze registrate a fine 2017 è stato quindi di 339,5 milioni contro i 486 milioni del 2016, con un -30,2%. Appare sempre più evidente a questo punto quanto sia stata determinante, in questa dinamica al risanamento, l’accelerazione dei fatturati. Una crescita costante e a tassi significativi negli ultimi dieci anni, con la redditività netta che è tornata sui livelli pre-crisi, e che ha consentito un processo di risanamento e rafforzamento finanziario delle imprese.
Questo ha consentito un ulteriore slancio, con oneri e debiti finanziari effettivamente più sostenibili.
Se questa è la fotografia che mette nell’obiettivo tutta la pattuglia delle 79 imprese in difficoltà, un’analisi più nel dettaglio racconta di come si è distribuito quest’anno il rosso fra grandi, medie e piccole imprese.
La parte grossa di queste sofferenze ricade sulle spalle delle grandi aziende: le imprese in rosso sul totale delle 163 presenti nella classifica pesano per il 12,2% (lo stessa quota dell’anno precedente, anche se le aziende in difficoltà erano 3 in meno).
Il rosso accumulato nel 2017 sempre dalle grandi imprese è arrivato a quota 267 milioni di euro contro un fatturato complessivo di 24,5 miliardi (il 59% del totale dei ricavi delle prime mille aziende). Ma il peso dei debiti arriva al 78,6% del totale del rosso accumulato a fine 2017.
Scendendo di classe dimensionale troviamo un gruppo di medie aziende che, dopo un altro anno, registrano ancora un’ulteriore crescita delle proprie fila: a fine 2017 sono cresciute fino al 73,6% rispetto a poco del 71% dell’anno prima, ma addirittura di dieci punti percentuali rispetto al periodo pre-crisi (63,3%). Le perdite invece sono scese: su un totale di fatturato 2017 che ha raggiunto i 15,4 miliardi, le medie imprese (classe di ricavo compresa fra i 10,1 e i 50 milioni di euro) in rosso finanziario sono state 53 su 736, per un valore delle sofferenze di 68,1 milioni.
La Meccanica: i segnali portanti dell’innovazione
Un primo segnale di frenata, una leggera contrazione del fatturato, ma per il settore della Meccanica, confermato pilastro portante e peso qualitativo nella manifattura bergamasca, il campanello d’allarme forse è iniziato a suonare proprio a fine 2017.
Storico traino per l’economia e per l’avanzamento tecnologico dell’intero sistema manifatturiero del territorio, la contrazione del giro d’affari di fine 2017 ha avuto come ulteriore strascico, sul 2018, un arresto degli ordinativi e della loro durata. E così quel miliardo in meno di valore della produzione di fine 2017 - dagli 8,4 miliardi del 2016 ai 7,6 miliardi del 2017 - oggi viene riletto non più come un dato di congiuntura, ma un vero e proprio trend del nuovo clima economico. Eppure, le ultime analisi sui settori industriali si aspettano dalla Meccanica il maggior contributo alla crescita del sistema manifatturiero del territorio, esercitando un effetto traino su tutti i settori della filiera.
Intanto il dato di contrasto resta quello riferito alla leggera riduzione delle imprese meccaniche che figurano nell’elenco delle prime mille imprese della provincia. Tanto che il fatturato medio continua a salire. Risalta su questo andamento anche il valore dell’utile che, nonostante un minor giro d’affari delle 196 industrie, registra invece un aumento del suo valore: dai 490 milioni ai 509 milioni di fine 2017. Anche sui profitti la media per impresa sale, passando dai poco più di 2 milioni agli oltre 2,6 milioni di fine 2017.
Guardando ai primi nove mesi 2018, da dove emergono pesanti segnali di stagnazione della produzione, si potrebbe dire che il periodo di crescita che ha caratterizzato il triennio 2015-2017 si sia quanto meno interrotto, se non proprio chiuso.
Guardando alla graduatoria di settore il dato più evidente è che la tenuta dei conti si sta dimostrando direttamente collegata alla capacità di innovazione portata non solo dentro all’azienda, ma anche sul prodotto: l’innovazione resterà comunque una leva determinante della ripartenza.
La Gomma: un settore trainato dalla ricerca
Un distretto che ancora riesce a volare, non solo oltre confine (l’export resta un importante volano della crescita e del consolidamento di questo settore), ma anche in termini di capacità innovativa soprattutto nelle proposte dei nuovi materiali. Le aziende della Gomma-plastica sono 72 fra le prime migliori mille della provincia bergamasca, ma i valori dei loro bilanci, insieme a quelli della Chimica, balzano subito all’occhio.
Crescita di fatturato, grazie soprattutto a un export che nel 2017 ha segnato complessivamente per il distretto del Sebino un balzo del +15,4%, le imprese della “rubber valley”, e impennata dell’utile sono i due elementi di questa crescita.
La leadership è confermata dai numeri. Il valore della produzione, per primo: dai 2 miliardi tondi del 2017 il settore ha chiuso l’anno successivo con un balzo del 13% a quota 2,34 miliardi segnando un incremento quasi doppio del proprio giro d’affari rispetto al periodo pre-crisi.
Anche per questo settore, la capacità di sapersi rinnovare con tempestività e rispondendo con prontezza alle nuove domande del mercato in termini di qualità del prodotto e flessibilità del servizio hanno garantito il risultato di oggi.
L’utile è quintuplicato nell’arco degli ultimi dieci anni, dai 22 milioni del 2008 ai 113 del 2016, ma balzando ancora a un ulteriore 136 milioni di fine 2017. È leggermente cresciuta anche la media dell’utile per azienda, da 1,64 milioni del 2016 ai quasi 2 milioni del 2017.
Guardando alla classifica delle migliori aziende per fatturato svetta (e conquista la prima posizione) la Soprema, con 149 milioni di euro di ricavi ma con un -2,75% sull’anno precedente. Primo posto che ha lasciato la Serioplast che ha chiuso a quota 144 milioni, con un calo più pesante del giro d’affari a -16,8%.
La Chimica: un freno la mancanza di profili specializzati
La chimica bergamasca si conferma industria di grande successo, sotto diversi profili. Oltre ai valori dei suoi indici di bilancio, la Chimica delle prime 56 industrie bergamasche resta il settore che anche nel 2017 ha confermato la sua leadership di specializzazione di prodotti, di innovazione e di responsabilità sociale. Un punto di riferimento nazionale e internazionale come dimostrano gli ultimi dati di un consolidato avanzo commerciale. Sul territorio la Chimica vanta anche un altro primato, realizzare il valore della produzione più alto in proporzione alle sue industrie attive: a fine 2017 era pari alla metà dei ricavi della Meccanica, settore di punta del sistema industriale bergamasco, ma raggiunto con un quarto delle imprese.
Così a fine 2017 le 56 industrie chimiche che figurano nelle prime migliori mille aziende del territorio per fatturato, complessivamente avevano realizzato il nuovo primato di poco oltre i 4 miliardi di euro, superiore di quasi il 5% rispetto ai 3,8 miliardi del 2016 ma soprattutto pari a più del doppio del valore del fatturato del periodo pre-crisi (fine 2008), quando il settore registrava 1,9 miliardi di ricavi.
Forte innovazione, una ricerca sempre più specializzata sui prodotti chimici e sugli ultimi materiali innovativi, e una spinta sulla adozione di ultime tecnologie nei processi produttivi hanno portato le industrie di questo settore a registrare performance di crescita e di bilancio superiori a quelli delle industrie delle altre specializzazioni.
Basta leggere i trend di crescita delle prime dieci aziende chimiche: tassi di crescita di fatturato e di utile quasi sempre a due cifre, compresi fra un valore minimo del +6,7% a uno massimo del +19% se riferiti ai fatturati.
Ma la Chimica oggi, in questa sua crescita, sconta un grosso limite: la difficoltà a intercettare figure professionali specializzate e coerenti con il fabbisogno di competenze che la nuova industria sta chiedendo da anni. È un ostacolo che sta frenando il suo ritmo di crescita e di ulteriore specializzazione globale.
IL FORUM DI SKILLE CON LE IMPRESE
L’impatto digitale sulle fabbriche è già storia
Dieci anni fa nessuno aveva ancora definito il concetto di Industria 4.0. Ma innovazione, ricerca e tecnologia erano già frontiere molto più esplorate di quanto non risultasse da report e analisi economiche.
Il territorio bergamasco e il suo sistema industriale è un esempio evidente di questo fenomeno. È bastato farsi raccontare cosa sono le imprese oggi e da dove vengono, e confrontarsi con gli imprenditori che guidano quelle aziende, spesso da decenni, per scoprire quanto termini come «ritardi da colmare», «sistemi obsoleti», «svecchiamento manageriale» o il monito diffuso a sollecitare «investimenti necessari» sono concetti e definizioni decisamente fuori luogo.
Anche se dieci anni fa l’etichetta Industria 4.0 (oggi Impresa 4.0) non era stata ancora coniata (verrà coniata in Germania nel 2009 alla fiera di Hannover), parlando con gli imprenditori ci si rende conto di come l’industria bergamasca già a quel tempo se ancora non aveva in corso una trasformazione così radicale, aveva però messo saldamente le basi per un ammodernamento tecnologico con una prospettiva digitale, dalla raccolta e misurazione dei dati alla connessione dei sistemi di produzione. Naturalmente con i limiti della tecnologia di quel periodo. Ma il concetto di sviluppo secondo quella trasformazione era ben chiaro.
Skille 1.000 quest’anno ha approfondito con sette imprenditori bergamaschi di settori differenti proprio questo nuovo orizzonte (le aziende sono: Milestone, Automha, Martinelli Ginetto , Pedrali, Valtellina, Fae Technology e Lovato): l’impatto che Impresa 4.0 ha avuto sulle loro aziende in termini di organizzazione aziendale, di ricaduta e di ridefinizione del loro modello di business, di come è cambiato l’approccio al mercato e al cliente, e quale effetto ha avuto sull’occupazione.
Il dibattito e le riflessioni emerse sono sviluppate e raccontate nelle pagine successive.
Un dato però è subito balzato in superficie.
Con l’aiuto degli analisti di Deloitte, società di consulenza aziendale, e con l’intervento di Silvia Borso, manager e dottore commercialista dello Studio tributario e societario di Deloitte, si è capito quanto sia stata importante negli ultimi due anni, la scossa del Piano Industria 4.0 e quanto questa abbia rimesso in moto il sistema industriale. «Le aziende sono più consapevoli delle opportunità e maggiormente propense a spendere – ha sottolineato Silvia Borso -, come dimostrano i 3 miliardi investiti sulle soluzioni digitali nel 2018. In questo scenario il ruolo delle politiche degli incentivi, fra iper e super ammortamento, sembra essere stato incisivo, accompagnando in maniera diffusa gli sforzi di rinnovamento messi in campo dalle imprese».
Manager e dottore commercialista dello Studio tributario e societario
di Deloitte
Lo scenario raccontato da Silvia Borso sul livello e sull’intensità di coinvolgimento delle tecnologie 4.0 parte dai risultati del primo rapporto del ministero dello Sviluppo economico con cui è stato misurato l’impatto del Piano Industria 4.0. Il primo dato quantifica la diffusione effettiva delle tecnologie digitali dopo tre anni di incentivi: l’8,4% delle imprese utilizza almeno una delle tecnologie digitali (dai robot interconnessi, manifattura additiva, simulazioni, realtà aumentata e materiali intelligenti fino all’integrazione orizzontale o verticale delle informazioni, cloud, big data, analytics, etc.), un ulteriore 4,7% hanno in programma investimenti specifici nel prossimo triennio.
Le imprese “tradizionali”, ovvero che invece non utilizzano tecnologie 4.0 né hanno in programma interventi futuri sono all’86,9% del totale. Ma queste imprese rivelano anche, in proiezione futura, che non potranno che caratterizzarsi per una crescente propensione verso la digitalizzazione dei processi produttivi: al 4,7% delle aziende che hanno in programma almeno un intervento nei prossimi tre anni, si aggiunge un gruppo particolarmente accentuato di piccole (9,4%) e di medie imprese (8,2%).
Interessante anche il segmento di società con un elevato numero di programmi futuri: sul 10% complessivo di imprese con interventi futuri, il 3,7% prevede di implementare quattro o più tecnologie 4.0, oltre la metà (5,5%) almeno tre. Se si considerano le imprese con più di 50 addetti, una su cinque interverrà su almeno tre tecnologie.
Questo lo scenario. «Il ruolo delle politiche pubbliche sembra essere stato incisivo, accompagnando in maniera diffusa – spiega Borso - gli sforzi di rinnovamento attuati dalle imprese.
Il 56,9% delle imprese 4.0 infatti ha dichiarato di aver utilizzato almeno un incentivo: esse hanno utilizzato in larga prevalenza il super-ammortamento e l’iper-ammortamento, il 36,8% nel caso delle imprese 4.0 e 12,8% tra quelle tradizionali. Il credito d’imposta per le spese in R&S (17,0% e 3,1%), la Nuova Sabatini (19,8% e 4,7%) e i fondi di garanzia (11,3% e 2,8%)».
Anche l’analisi del numero di agevolazioni utilizzate evidenzia un dato significativo e cioè «un’elevata propensione al cumulo degli incentivi tra le imprese coinvolte, attualmente o nel prossimo futuro, nel paradigma 4.0». Nel dettaglio, si scopre che il 57,5% delle imprese 4.0 che sono state agevolate ha avuto accesso ad almeno 2 incentivi (il 54,4% tra le imprese con interventi futuri nel 4.0), nel 27,9% dei casi ad almeno 3 misure (18,4%). «Da un’analisi più puntuale – conclude Borso - emerge così come un’alta quota di imprese abbia utilizzato almeno due interventi tra quelli previsti nel piano Impresa 4.0». E la corsa continua.
Industria 4.0: le nostre imprese spiegano come si fa
Lo hanno spiegato, raccontando cosa sta succedendo dentro alle loro aziende. E con una puntualizzazione: il percorso è solo avviato. I benefici, intanto, sono in parte già misurabili: velocità nella produzione, flessibilità nei processi, miglioramento nella qualità. Alla fine maggiore competitività dei propri prodotti e dei servizi legati al cliente e una maggiore produttività delle aziende. «Per questo ribadisco che non ci sono settori tradizionali e innovativi: nella mia visione ci sono solo settori che adottano tecnologie avanzate e imprese che non le adottano».
Amministratore delegato
di Martinelli Ginetto
Alberto Paccanelli amministratore delegato della Martinelli Ginetto, una produzione di alta qualità sia per i filati sia per i tessuti destinati a tutto il mondo (si caratterizza per una forte propensione internazionale: il 75-80% % dei suoi prodotti va all’estero) è categorico nel separare il mondo imprenditoriale. «Innovare è una necessità continua. Il nostro programma di investimenti, per esempio, ricorrendo all’iperammortamento del Piano del governo, ci porterà a rivoluzionare tutto il sistema di controllo della qualità. In un secondo passaggio sarà coinvolta la logistica».
Qualità e tempestività nella risposta. Sono i due obiettivi che sistemi digitali di raccolta ed elaborazione dati e informazioni garantiscono sempre più velocemente.
«Controllo di qualità basato sulle nuove tecnologie significa maggiore affidabilità. Oltre che consentire, nel nostro caso, una mappatura tecnologica e informatica delle informazioni preziose di ogni singolo pezzo di tessuto».
Alla Martinelli Ginetto Industria 4.0 significa anche essere ricorsi all’intelligenza artificiale per ottimizzare le funzioni di magazzino, e attraverso l’automazione collegare il recupero dei tessuti con i sistemi di taglio. «Tradotto in competitività – spiega Paccanelli – significa capacità di offrire nuovi servizi al cliente, catalogare le sue richieste, profilarlo nella maniera più efficiente. La leva in più per puntare a nuovi segmenti di mercato che stiamo cercando di acquisire».
Amministratore delegato
di Milestone
Ma l’innovazione è anche il mattone su cui è cresciuta la Milestone di Sorisole, azienda nata nell’88 dalla spinta di un «chief dreamer», il suo fondatore Franco Visinoni, che a 79 anni continua a orientare la strategia. Lo spirito è lo stesso che guida Diego Cortesi, amministratore delegato della Milestone, azienda specializzata nella progettazione e produzione di strumentazione scientifica all’avanguardia nel settore medicale e chimico, 120 dipendenti, un export del 97% e un giro d’affari oggi di 50 milioni di euro, a ripetere come un mantra lo stesso motto: innovare, ma ripetuto tre volte. «La nostra azienda è proprio questa: un’impresa che sogna. E soprattutto, crediamo che il migliore modo per prevedere il futuro sia di inventarlo. Per questo per noi – racconta Cortesi – innovare e investire in brevetti e in mercati in forte evoluzione non è mai dettato dagli incentivi fiscali. Ma solo da un approccio di business. È nel dna dell’azienda. Una scelta inevitabile per restare veloci. Siamo cresciuti costantemente, da startup a una dimensione globale, e visti i risultati possiamo dire che il modello adottato ci rende orgogliosi».
Il paradigma Milestone, visto con gli occhi dell’approccio 4.0, è semplice: essere sempre connessi e condividere i concetti strategici con i propri partner; velocità per creare, per decidere, per inventare assumendosi anche il rischio di impresa perché è il loro mestiere.
E il rischio a volte è determinato dal limite oggettivo di carenza di infrastrutture.
Il ritardo e le carenze di infrastrutture competitive
«Abbiamo visto quanto fosse importante la digitalizzazione nella potenzialità espressa dall’internet of things, nell’importanza delle connessioni per relazionarci con tutto il mondo. Non potevamo aspettare. E così abbiamo deciso di portare a nostre spese la fibra ottica a Sorisole, nella nostra azienda». Quel sogno di creare soluzioni innovative in ambito medicale si è avverato. «Cancro e tumore sono parole che non piacciono a nessuno. Ma purtroppo fanno parte della nostra quotidianità. La tecnologia Milestone è in grado di accelerare i tempi di una diagnosi, tempi di passione e di ansia per i pazienti e per i familiari, e trasformarli in tempi da day-hospital. Nell’arco di una mattinata siamo in grado di diagnosticare quali azioni mediche si possono prendere in considerazione».
Cortesi è orgoglioso della missione dell’azienda: «Quando si fa innovazione con uno spirito anche etico, dedicarsi al lavoro diventa più coinvolgente. E alla fine l’innovazione, una stretta dimensione industriale, è l’elemento che attira persone. In quel momento capisci che si guarda alla Milestone non più solo come un posto di lavoro».
Sales account
Nuove Tecnologie
di Valtellina
Tecnologie avanzate anche quelle con cui fa i conti Valtellina, società che opera in un settore che per definizione è detto tradizionale. «Lo scavo per depositare le nuove tecnologie e infrastrutture della comunicazione lo si realizza ancora come da 80 anni a questa parte. Ma siamo coinvolti su entrambi i fronti. Una parte dell’azienda che opera in modo tradizionale - spiega Michele Milesi, Sales account Nuove Tecnologie di Valtellina -, ma che ha al proprio interno anche una divisione dedicata alla ricerca e allo sviluppo».
Un team di ricerca per specializzarsi
Milesi spiega che quel team specializzato nella ricerca, in realtà, sia stata la conseguenza di un impegno precedente, quando Valtellina ha deciso di diversificare l’attività principale nelle nuove energie rinnovabili. Un progetto poi abbandonato. Ma il team di ricerca è rimasto. E oggi è interamente dedicato all’innovazione del settore delle telecomunicazioni, in una delle nicchie a più alto valore aggiunto.
«È questo passaggio che ci ha portato a lavorare nel mondo dell’Industria 4.0: specializzarsi nella raccolta di dati e trasformarli in informazioni da impiegare nell’ambito della produzione». Il salto di Valtellina è qualitativo nell’approccio a Industria 4.0. «La società si è sempre occupata dell’autostrada del dato, infrastrutture determinanti per il trasporto dei dati raccolti sul campo. Ma ora ci siamo spostati - spiega Milesi -. Vogliamo specializzarci nel cablaggio strutturato, nelle infrastrutture interne agli edifici, con dispositivi che vanno dagli switch, ai router, agli spot wifi. Parte da qui la sfida di ricerca: trovare il modo di trasformare e convogliare i diversi linguaggi con cui viaggiano le informazioni digitali attraverso l’unico linguaggio universale che è l’IP, l’internet protocol».
La crescita tecnologica di Valtellina è una storia che dimostra come la specializzazione in chiave digitale abbia permesso di individuare una nuova opportunità di business.
A cui se ne aggiungono altre, per esempio nel campo sempre più esigente di soluzioni di cyber security, con sistemi di protezione dati da attacchi informatici esterni. «La divisione oggi è composta da dieci persone in Valtellina. Certo, la quota importante dei ricavi della società è garantita sempre dalla specializzazione tradizionale. Ma Industria 4.0 – spiega Milesi - ci ha fornito le tecnologie per essere proattivi e aggiungere nuovi blocchi di business a forte contenuto innovativo».
Lo stesso approccio al business che adotta Automha, società di Azzano San Paolo, quarant’anni di attività l’anno prossimo, e che si propone come system integrator e provider di soluzioni tecnologiche automatiche. Lo fa con una business unit dedicata a integratori di prodotto.
Sales Director
di Automha
«Prima di guardare al mercato – spiega Gianni Togni, Sales Director - siamo intervenuti sulla nostra organizzazione della produzione. Abbiamo aggiornato tutta la nostra filiera, introducendo nuovi software di gestione, con un approccio da lean production in modo da connettere tutta la produzione secondo i criteri di Industria 4.0. Il risultato – racconta Milesi – è di aver affinato in termini di velocità e di riduzione dei tempi tutti i passaggi dei servizi destinati ai clienti, dalla raccolta ordini, alla progettazione ai tempi di produzione. In sostanza abbiamo così replicato il modello organizzativo di Industria 4.0 dentro la nostra azienda». Questo il primo passo.
Poi Automha, ha “riversato” lo stesso paradigma sui servizi destinati alla gestione dei loro clienti.
Per esempio, adottando sistemi di realtà aumentata nel servizio di manutenzione degli impianti. Ora basta la foto del componente a rischio del sistema trasmessa da un palmare per poter verificare anche da remoto lo stato di manutenzione, se quel pezzo è difettoso o da sostituire.
La manutenzione diventa predittiva
«Lo stesso sistema – spiega Togni – viene applicato in maniera predittiva: attraverso una telemetria diagnostica riusciamo a garantire anche un servizio di manutenzione prima che il componente si rompa, individuando le parti a rischio di guasto e a intervenire con la sostituzione». Anche Automha è riuscita a cogliere un’ulteriore opportunità da Industria 4.0. «Le nuove tecnologie ci hanno consentito di riconquistare una buona quota di mercato interno. Ora un 20% dei ricavi – spiega Togni - è tornato a essere italiano. L’Industria 4.0 ha infatti liberato investimenti anche per le Pmi, che oggi fanno innovazione affrontando impegni finanziari prima non sostenibili».
Amministratore delegato
di Pedrali
La Pedrali, invece, è una media impresa da 280 dipendenti, 92 milioni di fatturato e un export che arriva all’85% della sua produzione. Azienda manifatturiera, specializzata nella lavorazione e produzione di articoli d’arredo di elevata cura e design: la sua dimensione innovativa corre lungo l’intera linea organizzativa. «Il nostro primo robot è entrato in fabbrica nel 1990 - spiega Giuseppe Pedrali, amministratore delegato dell’azienda -, possiamo dire che da dieci anni i nostri macchinari sono interconnessi con il nostro sistema gestionale. Nel 2011 con un investimento di 13 milioni di euro abbiamo realizzato un magazzino automatico interamente interconnesso sia con il sistema gestionale sia con il sistema di trasporto automatizzato. Questo significa una gestione diretta del percorso degli ordini: dal controllo del macchinario, alle fasi della lavorazione del prodotto, alla gestione del magazzino, fino alla preparazione della spedizione. Negli ultimi anni, nonostante tutti questi investimenti in automazione e interconnessione abbiamo continuato ad assumere, passando da 150 a 280 persone».
Costretti ad avere una visione di crescita
Un piano di innovazione che ha usufruito degli incentivi 4.0, ma che in realtà è stato pensato e anticipato quattro anni prima del piano Calenda.
«È questo il valore dell’innovazione digitale – spiega Pedrali -, costringe ad avere una visione di crescita e di prospettiva nel medio lungo periodo. Anche perché, a prescindere dalla storia di ciascuna singola azienda, piccola, media o grande che sia, non ci si può più permettere di restare nella gestione “manuale” dell’attività».
Torna il concetto base: la velocità fa la differenza. E sono spesso le altre aziende, clienti o filiera, che diventano stimolo e spinta per l’innovazione.
È una realtà come Fae Technology, di Gazzaniga, 85 persone, un fatturato cresciuto in pochi anni da 2 milioni a 13 e destinato nel 2019 a toccare i 20 milioni di euro, a garantire spesso questo salto di qualità tecnologica e di innovazione alle altre aziende.
«Noi progettiamo e creiamo tecnologia di connessione basata sul sistema IoT, non è quindi solo elettronica, ma anche informatica. La differenza rispetto alle altre imprese – spiega Gianmarco Lanza, presidente e amministratore delegato di Fae -, è che noi non siamo verticalizzati in un applicativo. Ma ci fermiamo alla tecnologia: potremmo essere dietro le quinte di ogni azienda che applica o introduce il concetto di Industria 4.0. Siamo cioè idealmente partner tecnologici di aziende che verticalizzano per esempio il sistema digitale per creare uno strumento gestionale, o per automatizzare un magazzino, o ancora per farne un prodotto di design. È il motivo per cui il nostro mercato è molto ampio».
Presidente
e amministratiore delegato
di Fae Technology
Fae è un’azienda fortemente digitalizzata. Impronta che riversa nel processo di progettazione di ogni sua scheda elettronica, cuore dei sistemi digitali. Là dentro Fae ci mette ogni dato e informazione secondo un approccio di economia circolare. «Ogni nostra scheda “comunica” sempre con il cliente, fornisce informazioni su come è stata progettata, su come può essere impiegata o riutilizzata, quando e come deve essere sostituita, fino ad avere istruzioni su come deve essere smaltita. L’accezione che diamo al concetto di investimento è solo uno: una necessità. E nel nostro caso, in un mercato di altissima competitività, ha significato sopravvivenza». Dall’altro versante, il fatto di offrire tecnologia di sistema ha permesso a Fae di spingersi nel mondo dell’IoT fino a dove nessun altra azienda era ancora arrivata.
Un mercato altrettanto competitivo è quello in cui opera la Lovato Electric di Gorle, quasi 100 anni di storia, 420 dipendenti nel mondo, produce componenti elettrici per l’automazione industriale.
«I costruttori di macchine li abbiamo sempre frequentati, e la nostra sfida è sempre stata di offrire componenti per l’automazione con caratteristiche sempre superiori. Ci confrontiamo tutti i giorni con colossi come Siemens, multinazionale da 340mila dipendenti.
Managing director
di Lovato Electric
Per questo – spiega Massimiliano Cacciavillani, Managing Director della Lovato – siamo diventati un’azienda complessa, con un catalogo di 18mila articoli, 56mila componenti diversi di semilavorati con materiali differenti, dal metallo alla plastica, e componenti elettronici e software».
La Lovato ha pescato dagli incentivi previsti del Piano Calenda, ma «abbiamo sempre investito a prescindere dalle agevolazioni fiscali, fa parte della nostra storia. Quella di orientarci sempre più in chiave 4.0 è stata una scelta che ha aumentato i livelli di produttività e di flessibilità. Ma l’innovazione maggiore - spiega Cacciavillani - dato che i nostri macchinari da sempre sono connessi, si è concentrata sull’adozione di nuovo software per la gestione del time to market, puntavamo a una risposta veloce al mercato. L’abbiamo trovata».
Velocità grazie alla condivisione in un unico contenitore degli stessi dati per ciascuno dei 18mila codici prodotto.
«È stato un salto di qualità gestionale importante che ha consentito a chi decideva di avere tutte le informazioni necessarie in un unico istante, velocemente e senza perdersi. È questo il vantaggio che abbiamo acquisito sul mercato – conclude Cacciavillani -, recuperare informazioni del prodotto molto dettagliate per anticipare le risposte ai nostri clienti prima ancora che arrivassero le loro richieste».
Investire nelle persone è una priorità del digitale
È una dimensione nuova, molto dibattuta fra luci e ombre, vantaggi e perplessità, ma ancora priva di reali evidenze empiriche. L’impatto che avrà Industria 4.0 sul lavoro e sui lavoratori dentro le aziende resta compresso fra due frontiere: da una parte l’innovazione tecnologica innalza produttività e competitività, favorendo la crescita dell’impresa e abilitando la creazione di nuove figure professionali. E, dall’altra, la possibilità di automatizzare molte mansioni genera timori sulla possibile sostituzione uomo-macchina. L’uomo resterà al centro della fabbrica in questa prospettiva Industria 4.0?
«Non solo la persona resterà determinante nelle aziende digitalizzate. Ma saranno necessari una continua formazione e aggiornamento tecnico dei nostri collaboratori». Alberto Paccanelli, amministratore delegato della Ginetto Martinelli, insiste su questo aspetto. «Formare il personale che utilizzerà queste tecnologie è decisivo. Così come verrà richiesto un salto culturale ai collaboratori. In questa ottica i percorsi di formazione saranno leve decisive per potersi adattare più velocemente alle novità e soprattutto ai nuovi metodi di lavoro e al cambiamento degli approcci operativi».
Investire nel personale diventa così l’imperativo categorico delle aziende 4.0. Alla Milestone hanno coniato anche uno slogan per meglio identificare la loro strategia di fare azienda guardando agli uomini: «investors in people». «Per noi è un’ossessione oltre che una priorità. Ma diventa determinante – spiega Diego Cortesi, Ceo di Milestone - solo se si continua a fare formazione. Noi come lo facciamo? Trattando bene i nostri collaboratori. E visto che abbiamo un turnover dell’1% all’anno, direi che ci stiamo riuscendo».
Il concetto base è che in azienda non «si occupa un posto di lavoro. ma si crea una prospettiva di vita».
«Così restano in azienda perché il lavoro crea opportunità, una prospettiva di carriera e di vita. E questo vale in particolare anche davanti a investimenti in tecnologia e innovazione. Nonostante tutta l’automazione in arrivo – spiega Cortesi - senza le persone, senza la loro esperienza e la loro conoscenza quella strumentazione non vale nulla».
Al fianco di Cortesi, siede un giovane, Mattia Salvi, 22 anni, a breve sarà ingegnere. Lavora con Milestone da anni, prima come consulente, oggi dipendente esperto in nuove tecnologie che si interfacciano con il cliente. «Mattia è il nostro modello di approccio ai collaboratori. Industria 4.0 – spiega Cortesi - crea nuovi profili professionali dove ancora non ci sono: noi in azienda abbiamo fatto spazio per il Digital Transformator, figura fondamentale, ma per la quale bisogna avere il linguaggio, la velocità, la cultura, la visione per parlare ai nostri clienti. Noi abbiamo Mattia».
Il mercato però non sempre offre il profilo professionale che si cerca. Per uno che forse si trova, almeno altri dieci posti restano da occupare.
E questo è un problema, con riflessi anche sui piani di sviluppo delle imprese. Gianmarco Lanza di Fae Technology in questo è chiarissimo. «La crescita delle nostre business unit è determinata dal numero di ingegneri che riusciamo a portare a bordo. Senza questi profili, siamo costretti a ridimensionare i piani di crescita. Non è il mercato quindi a decidere, ma il contrario. Noi siamo riusciti in questi due anni a strutturare una divisione di 14 ingegneri elettronici. Fossimo riusciti a portarne a bordo 23 lo avremmo fatto immediatamente. Invece, abbiamo dovuto limitare il livello di lavoro da affrontare».
Così, sfiduciato dai canali più tradizionali, per intercettare le figure professionali che cerca, Lanza investe tutto nelle persone che lavorano in Fae: fa leva su una sorta di passa parola in cui ciascuno si spende in maniera importante per poter attrarre le persone che cercano.
Soluzione “interna” quindi, la stessa che viene percorsa anche da altri imprenditori. Massimiliano Cacciavillani della Lovato Electric di Gorle, ribadisce che se le «competenze non si trovano, questo ritarda i processi di crescita e di implementazione dei piani di sviluppo aziendale. E spesso la ricerca e la selezione sono anche lunghe – spiega Cacciavillani –: figure come il meccatronico che si occupa di automazione del processo produttivo, sono introvabili, lo stesso per i manutentori che sanno di elettronica e di meccanica, sono merce rara. Gli elettronici e gli ingegneri meccanici lo sono sempre stati».
Così si cresce all’interno dell’azienda e al termine di un percorso di formazione vengono collocati in funzioni nuove.
«In questo modo da noi è nata la squadra dell’Information Tecnology: una struttura composta da collaboratori che hanno cambiato fino a quattro funzioni nell’arco della propria vita aziendale. Faccio un esempio: un operaio che dal reparto magazzino, avendo dimostrato un’importante competenza informatica, dopo un periodo di formazione ora lavora nel team dell’IT». Nascono anche nuove qualifiche perché indotte da nuovi spazi di competenza.
«È il caso della nuova figura professionale dedicata alle simulazioni e ai test dei prodotti – spiega Cacciavillani -. Così, allo stesso modo, si sono costituiti diversi team user che analizzano ogni progetto in modo verticale per farli confluire ai diversi ambiti del processo produttivo». La formazione è tutta interna in Lovato. «E sempre più – sottolinea anche il Sales director di Autohma, Gianni Togni - si estende non solo ai fronti tecnologici, ma anche alle abilità che coinvolgono la crescita relazionale del singolo individuo. Aspetti che l’Industria 4.0 sta rilanciando e mettendo sempre più al centro delle nuove aziende digitali».
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