Metanodotti ombelicali , perché dipendiamo dalla Russia
Come si è costruito il legame dell’Italia con la Russia dalla quale importiamo il 40% del gas che bruciamo e quali sono le vie per liberarsene.
Sommario
Divoratori di energia
L’ascesa del metano, gli investimenti sovietici
Lo shale gas americano rivoluziona il mercato
Il mistero dei terminali italiani di gas liquido
I rigassificatori via breve per alleggerire la dipendenza dalla Russia
Divoratori di energia
Le bombe russe ci hanno bruscamente aperto gli occhi su un fatto che fino a pochi giorni fa era lasciato solo alle discussioni degli esperti: per sostenere la nostra economia e il nostro livello di vita abbiamo bisogno di energia, di molta energia. Lo vediamo nel grafico qui sotto, che raffigura l’andamento dei consumi energetici italiani dal 1990 al 2020. La misura che viene utilizzata per quantificare questo tipo di consumi è assimilata a quella del petrolio: in Italia negli ultimi anni gira attorno a 160 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Tep). Divise su ciascun italiano, vuol dire più o meno 2,5 tonnellate a testa.
Di queste 160 tonnellate di consumi energetici, il 40% è fornito dal gas metano. Il che significa che, ad esempio, nel 2021 abbiamo bruciato oltre 76 miliardi di metri cubi di gas. Il 40% lo abbiamo importato dalla Russia, e ciò nonostante lo scorso anno si sia quasi raddoppiata l’importazione di gas dall’Algeria, come mostra l’animazione del grafico qui sotto.
Nel mondo siamo i quinti importatori di gas, preceduti da pezzi da novanta come Cina, Giappone, Germania e Stati Uniti.
Si potrebbe relativizzare la cosa dicendo che in fondo si tratta di un valore inferiore al 20% del totale del nostro consumo energetico, ma il problema è che il gas è la fonte utilizzata per circa il 70% negli usi civili (riscaldamento), industriali e per produrre elettricità. Tirando le somme significa che un terzo dei consumi domestici e industriali dipende dalla Russia.
E va sottolineato che il flusso di metano da Mosca non si è fermato nemmeno in questi giorni di guerra.
L’ascesa del metano, gli investimenti dei sovietici
Adesso molti osservatori si stracciano le vesti: come è stato possibile ridurci in questo stato di soggezione a uno stato autocratico e aggressivo, non lo sapevamo che tipo di soggetto era Putin?
È bene seguire la natura dei fatti, che in questo caso ha molto a che fare con la chimica e la fisica oltre che con la geopolitica.
Se si osserva la tabella pubblicata qui sotto che confronta la disponibilità di energia nel mondo nel 1973 e nel 2018 si vede subito che il petrolio ha perso quote, che sono state occupate dalle rinnovabili e dal gas naturale.
Dopo la crisi petrolifera del 1973 il mondo ha gradualmente esteso l’approvvigionamento di energia dal petrolio (che comunque rimane la fonte prevalente) alle altre sorgenti, tra queste primeggiano il carbone (purtroppo) e il gas, rispettivamente con una quota del 27% e del 23%.
In termini relativi il gas è più che triplicato in 45 anni. Non solo perché è stato considerato un combustibile pulito, ma anche per la notevole efficienza energetica e il basso costo.
Il problema è che il gas, a differenza del petrolio, ha poca densità energetica, quindi occupa più spazio e i costi di trasporto sono più alti. Il veicolo migliore è comprimerlo in tubi. Lo compresero in Unione Sovietica, che, specialmente negli ultimi tempi della sua parabola, aveva disperato bisogno di valuta pregiata per sopravvivere. Così realizzarono dei lunghissimi e costosissimi gasdotti per recapitare nell’Europa occidentale il metano estratto in Siberia. Fu un’operazione in perdita, ma strategicamente intelligente, perché portò denaro pregiato nelle casse di Mosca e vincolò a sé gli occidentali che nei decenni successivi hanno ampiamente ripagato il costo di quelle infrastrutture.
Nella carta qui sotto sono riprodotte le principali infrastrutture di approvvigionamento del gas naturale in Europa; si vede a colpo d’occhio la prevalenza dei metanodotti dalla Russia.
Grazie agli investimenti sovietici, la Russia si è posizionata stabilmente al primo posto tra gli esportatori di metano, forte anche del primato nel possesso di riserve, che le permettono di giocare in posizione di forza quando c’è da negoziare i prezzi.
L’Italia allora aveva poca scelta: se voleva alleggerire la sua dipendenza dal petrolio, doveva per forza importare il gas e la Russia era un fornitore allettante, per i suoi prezzi e per la sua stabilità politica, a differenza dei più vicini produttori nordafricani (leggi Algeria e Libia), dai quali comunque abbiamo comprato metano.
Nell’animazione qui sotto si può vedere come si è sviluppata la contesa dell’importazione di gas in Italia dagli anni Novanta in poi. L’Algeria è a lungo rimasta il primo fornitore fino al 2013 quando il primato è stato riconquistato dalla Russia.
Lo shale gas americano rivoluziona il mercato
Ma sullo scorcio del nuovo millennio si produsse un’innovazione che ha cambiato profondamente lo scenario energetico mondiale. Alcuni trivellatori statunitensi scoprirono il modo per estrarre gas da giacimenti non tradizionali, utilizzando trivelle particolare che pompano acqua a pressione fortissima nel sottosuolo e frantumano le rocce orizzontalmente così da provocare la fuoriuscita del gas lì imprigionato. Lo shale gas (gas di scisto) fu un’autentica rivoluzione, perché il sottosuolo americano ne è ricchissimo e ciò ha permesso agli Stati Uniti di passare da importatori a esportatori di metano. Sul mercato si riversò un’enorme quantità di gas, i prezzi si abbassarono e divenne conveniente trasportalo con le navi liquefatto (Gnl), anche per merito dello sviluppo tecnologico stimolato dalla domanda.
Le nazioni importatrici compresero il cambio di paradigma. Cominciò una corsa a costruire porti di approvvigionamento del gas liquefatto in arrivo sulle metaniere. In Europa fu la Spagna a distinguersi in questo campo. Complice il ritardo di industrializzazione di quel paese, la penisola iberica non aveva una forte rete di metanodotti per l’importazione e si era sempre affidata all’approvvigionamento via mare più che a quello via terra. Il boom del Gnl non la trovò impreparata e oggi ha ben sette terminali di ingresso del metano liquido.
Il mistero dei terminali italiani di gas liquido
In Italia invece successe qualcosa che ha del misterioso. A fronte di una iniziale dozzina di progetti di terminali, il nostro paese si è bloccato a tre. Il monopolista nazionale, l’Eni, dopo un primo entusiasmo per il Gnl manifestatosi con il progetto di Monfalcone, ha gettato la spugna. Ufficialmente hanno giocato a sfavore le ostilità locali alla realizzazione di quel tipo di punti di approvvigionamento, a differenza di quanto avvenuto in Spagna, dove ai terminali portuali e ai relativi rigassificatori le autorità locali facevano ponti d’oro.
Ma i maligni sostengono che l’Eni, visto il concreto avvio nel nostro paese di norme per la liberalizzazione del mercato del gas e dell’accesso alle relative infrastrutture nazionali, non vedeva di buon occhio l’apertura di nuovi punti di importazione sui quali non avrebbe avuto alcun controllo e che avrebbero potuto costituire una connessione diretta con i mercati di approvvigionamento esteri favorendo la presenza sul territorio italiano di altri operatori.
Bisogna ricordare che prima della liberalizzazione dell’anno 2000 (decreto Letta) il metano veniva importato solo attraverso metanodotti che, fino al confine italiano, erano (e lo sono tuttora) esclusi da qualsiasi controllo da parte dell’autorità di regolazione (Arera). Così non se ne è fatto più niente.
Perché la decisione ha delle conseguenze rilevanti? Qui ci avviciniamo ai problemi che stiamo vivendo oggi.
I rigassificatori via breve per alleggerire la dipendenza dalla Russia
Un terminale portuale di Gnl di taglia adeguata può scaricare in un anno tra i sette e i dieci miliardi di metri cubi di metano. Sono quantitativi rilevanti. Il vantaggio per il paese è un sensibile allentamento dei vincoli con i fornitori a differenza di quanto avviene per i gasdotti.
La crescita del mercato del Gnl determina un sommovimento anche tra i produttori di metano, a cominciare da quelli più vicino a noi del Medioriente. Per loro realizzare nuovi impianti di liquefazione aumenterebbe l’utilizzo delle loro ingenti riserve e ciò contribuirebbe a ridurre ulteriormente l’impatto del petrolio e a contenere i costi del gas. Si verrebbe a creare insomma un mercato più libero anche per il metano.
Per l’Italia la via più breve per ridurre la dipendenza dal gas russo è il potenziamento degli attuali terminali di rigassificazione e la realizzazione almeno di un paio d’altri.
Con le spalle al sicuro è più facile affrontare la transizione energetica che per il nostro paese è la via obbligata non solo per abbattere le emissioni, ma anche per garantirsi una vera e durevole indipendenza.
Talk
Marco Branda, ingegnere, è uno dei maggiori esperti italiani di approvvigionamento del gas.Che cosa significa oggi diversificare le fonti di approvvigionamento?
Significa nell’immediato utilizzare se serve, purtroppo, anche il carbone e l’olio combustibile. Per produrre energia elettrica negli impianti funzionanti fino a poco tempo fa. Nel breve termine potenziare i terminali di rigassificazione del Gnl e nel medio costruirne degli altri.Perché i rigassificatori italiani sono poco utilizzati?
Penso per ragioni di mercato, considerati i migliori prezzi che il Gnl spunta nei paesi asiatici dove la domanda è molto forte, tipo Giappone, Corea. L’Italia dovrebbe a mio parere preoccuparsi di più della sicurezza energetica, stipulando contratti solidi, anche di medio termine, con fornitori affidabili.Il ministro Cingolani ha dichiarato che l’obiettivo è essere indipendenti dalla Russia in 2 o 3 anni. È fattibile?
Mi sembra un obiettivo ottimistico se si pensa ad un livello di completa indipendenza. Per raggiungerlo si devono realizzare impianti che per la loro localizzazione, progettazione e costruzione richiedono tempi che mi sembrano più lunghi.È possibile definire una politica energetica europea?
Sarebbe molto auspicabile, soprattutto per realizzare condizioni di maggiore sicurezza, realizzando, per esempio, stoccaggi strategici da alimentare con acquisti congiunti e da mettere a fattor comune; ciò costituirebbe, in pratica, un forte ammortizzatore in caso di aumento dei prezzi. È un progetto non certo facile da realizzare perché ciascun paese ha esigenze, mix energetici, mercati diversi. Penso ad esempio alla Germania che da poco ha deciso l’uscita dal nucleare e che, in termini di dipendenza dal gas della Russia, mi sembra in una condizione peggiore della nostra.© RIPRODUZIONE RISERVATA