Fabbriche 4.0 bloccate dal virus. La filiera digitale come leva di ripartenza

Il cluster Fabbrica Intelligente lancia un allarme: la crisi virus ha interrotto la trasformazione digitale delle industrie. E presenta un piano schock per far ripartire il processo e ridisegnare la catena di rifornimento. Guardando alla prossima crisi globale

Nulla sarà come prima, tutta la fabbrica cambia

L’industria manifatturiera 4.0 guarda al dopo-virus. Lo fa preoccupata del ristagno che sta vivendo, legato all’emergenza. Il Cluster della Fabbrica Intelligente lancia un allarme sulla sopravvivenza dell’intero sistema. E, per attenuarlo, ha pronto un piano shock di misure. Perché c’è un altro fronte industriale che si è fermato insieme allo stop delle linee produttive, ormai per oltre il 65% delle nostre imprese. È il processo di trasformazione digitale in corso nelle aziende, la manifattura più avanzata e competitiva. E che ora si sta invece interrompendo. Il rischio reale è di perdere competitività, efficienza, resilienza e capacità di ripartenza.

Dubbi che stanno investendo perfino quella forza di flessibilità dimostrata in questi giorni sul territorio dal livello tecnologico e di innovazione delle industrie più colpite da questa emergenza (dall’automotive, al meccanico, al tessile, per esempio), capaci di mettere in campo alte competenze insieme a una disponibilità di tecnologia di punta (meccanica e meccatronica) per convertire con estrema rapidità i loro processi produttivi e rispondere con produzioni completamente nuove a un bisogno di presidi sanitari, mascherine, contenitori. Tutto sta vacillando. Ed è anche per questo che qualcuno ha già detto che dopo «molto cambierà e nulla non sarà più come prima» anche nell’industria.

Non c’è più tempo. Quando si riparte il rischio è di aver perso l’alto livello di competitività

La catena della fornitura si è di fatto molto allentata, quasi fermata. La crisi sta diluendo forniture e approvigionamenti della componentistica che finora hanno invece sostenuto e innovato una filiera capace, a sua volta, di sviluppare nuovi processi manifatturieri in chiave tecnologica e di connessione digitale. Ora, questo processo sta subendo un’alterazione e il timore è che venga definitivamente compromesso. L’allarme che arriva dalle imprese del cluster nazionale Fabbrica Intelligente è diretto: il rallentamento (slowing) delle filiere territoriali, nazionali e globali sta mettendo a rischio ogni processo produttivo, garantirne la continuità è «più un’avventura che una sfida».

Luca Manuelli, presidente del cluster nazionale, diventa più esplicito quando parla di una «digital transformation delle imprese che si è di fatto fermata a metà strada». Non solo gli investimenti, ma ogni forma di adozione tecnologica, di innovazione digitale, di riconfigurazione delle proprie catene del valore.

Un percorso rimasto a metà strada

Luca Manuelli

Presidente nazionale del Cluster Fabbrica Intelligente

L’emergenza virus è solo l’ultimo dei colpi accusati, dopo un «continuo cambiamento dei piani nazionali – sottolinea Manuelli – che da Industria 4.0 è passato a Impresa 4.0 e ora a Transizione 4.0 dando maggiore attenzione alla misura, dall’iperammortamento al credito d’imposta, rispetto allo scopo, o mostrando una programmazione di corto respiro».

Manuelli ora chiama a raccolta tutti gli interlocutori dell’ecosistema intorno al cluster Fabbrica Intelligente con i suoi Innovation Digital Hub e i Competence Center per «una risposta che sia di sistema». Le imprese che dopo l’incertezza, il disorientamento, il ritardo accumulato hanno deciso di avvicinarsi convinte a questa trasformazione, rivedendo e riconfigurando in chiave 4.0 i processi, ora non devono vedere tutto vanificarsi. Hanno introdotto nella propria supplychain tecnologie come l’IoT (Internet of Things), intelligenza artificiale, cloud computing, robotica, stampa 3D, data analitycs per garantire maggiore flessibilità, per iper-personalizzare i prodotti, ottimizzare la produzione rispetto al mercato (time-to-market). Ma ora «occorre un’azione incisiva per completare gli investimenti necessari per la piena interconnessione di macchine e sistemi dentro la fabbrica e per l’integrazione della filiera» sottolinea Manuelli. Ha appena consegnato al governo un maxi-piano straordinario di proposte, un progetto che non esita a definire un piano Marshall per la manifattura, di 3-5 anni per dare nuovo impulso alla trasformazione digitale. L’ambizione è condividerlo con l’Europa, Germania, Francia, e Italia rappresentano l’80% della manifattura continentale.

Quindi, rafforzare i benefici fiscali già in atto per favorire l’adozione di tecnologie e di strumenti. Evitare che le aziende chiudano, selezionando le filiere strategiche della manifattura (automotive, machinery, oil&gas, energia, food e sistema moda) e in questo contesto individuare le tecnologie e con incentivi e finanziamenti agevolati farne un utilizzo diffuso. Lavorare molto sugli strumenti che innovano anche il lavoro. «Nella manifattura poi non si è indirizzata completamente la logica delle piattaforme a supporto dell’integrazione dei mondi dell’operation technology, l’Ot, e dell’information technology, l’It, perdendo di vista – spiega Manuelli - l’essenza della trasformazione digitale: far dialogare nella rete industriale i componenti di un processo produttivo e i dati memorizzati e recuperati. Oggi questo gap si è ampliato ancora visto che poche filiere sono integrate».

L’epidemia ha rallentato gli approvvigionamenti che alimentano i processi manifatturieri: dare una continuità è diventata più un’avventura che una sfida

È il momento di chiudere il cerchio

La filiera è al centro di questo piano di accelerazione. L’appello guarda anche alle piccole e medie imprese, chiamate a tenere la stessa velocità evolutiva delle aziende più grandi e avanzate. «Si deve approfittare del momento per chiudere il cerchio. Altrimenti - ammonisce Manuelli -, ripartire sarà molto più difficile per noi e il gap di competitività indotto dalla perdita di produttività si amplierà ulteriormente». Anzitutto, perché pesa la difficoltà dell’approvvigionamento, dal momento che le molte aziende di settore sono inserite in filiere internazionali che hanno a che fare con la componentistica cinese ripartita solo a metà. Ma anche le filiere domestiche risentono di più di un problema. «Le zone rosse hanno parcellizzato i dipendenti attivi e molte piccole industrie faticano a trovare una soluzione per continuare a essere operative. Le grandi aziende si sono attrezzate con lo smart working, limitando i danni. Le Pmi si sono spesso fatte trovare impreparate, sia in termini di mezzi che di metodologie».

Per massimizzare i benefici per la filiera, tutto il mondo delle Pmi deve tenere la stessa velocità evolutiva delle aziende più grandi e avanzate

I se punti del Piano Marshall per la manifattura 4.0

  • 1 - Garantire l’innovazione per la formazione di competenze
    Favorire la diffusione dello smart working, del digital manufacturing anche nelle più piccole aziende della filiera e utilizzare i tempi vuoti per il reskilling e l’upskilling del personale.non coinvolto nella produzione.
  • 2 - Completare la trasformazione digitale delle fabbriche
    Occorre sostenere la trasformazione digitale delle imprese con il completamento degli investimenti per l’interconnessione di macchine e sistemi nell’ambito della fabbrica e di quello dell’integrazione di filiera.
  • 3 - Ampliare la gamma dei benefici fiscali in atto
    Lo Stato dovrebbe intervenire rafforzando i benefici fiscali già in atto destinando le nuove risorse all’adozione di tecnologie e strumenti per la digitalizzazione delle aziende.
  • 4 - Garantire maggiore liquidità alle imprese
    Garantire liquidità alle imprese, prevdendo una misura per potenziare le attività del Fondo di garanzia per le Pmi, ma anche dilazionando il pagamento dei debiti tributari e con altre misure.
  • 5 - Sostenere la condizione finanziaria delle imprese
    Introdurre una garanzia pubblica su finanziamenti agevolati che le banche erogheranno alle aziende, utilizzando le riserve della Cassa depositi e prestiti.
  • 6 - Sostenere il passaggio a nuove produzioni green
    È previsto un progetto di semplificazioni, per liberare il potenziale di investimento necessario alla transizione energetica, alla decarbonizzazione e all’economia circolare.

MIchele Viscardi

Business Devolepment Director di Cosberg e presidente di Aidam, l’Associazione italiana dell’Automazoine e della Meccatronica.

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Nulla sarà più come prima. Per l’industria, secondo le ultime analisi di esperti e imprenditori, un cambiamento anche importante di modelli produttivi e filiere in chiave sempre più digitale e connesse. Questa emergenza può così essere considerata una crisi, ma le «minacce si possono sempre convertire in opportunità» spiega in questa breve intervista Michele Viscardi, Business Devolepment Director di Cosberg e presidente di Aidam, l’Associazione italiana dell’Automazoine e della Meccatronica.

Il processo di trasformazione digitale è a rischio effettivamente anche sul territorio?

La situazione che stiamo vivendo è destinata a mettere in seria discussioni le organizzazioni aziendali, anche le più resilienti. Il rischio è che la trasformazione digitale in corso subisca un arresto o un ridimensionamento degli investimenti, per preservare legittimamente la continuità aziendale - priorità assoluta - sostenendo i costi delle attività fondamentali, non prorogabili. E ciò potrebbe valere soprattutto per la digitalizzazione degli asset e dei processi produttivi.

Quanto in realtà questa crisi cambierà le filiere industriali?

Un possibile aspetto positivo dal momenti difficile che stiamo vivendo, dal punto di vista industriale, credo sia legato alle piccole rivoluzioni forzate a cui sono state sottoposte le aziende, nel rivedere anche in poco tempo i propri processi organizzativi e collaborativi in ottica digitale. Smart working e webinar non sono una novità, è vero, e nemmeno rappresentano il perno principale della digitalizzazione che ci si attende, tuttavia l’uso che se ne sta facendo potrebbe essere un buon indirizzo - soprattutto per le PMI - verso uno sviluppo aziendale più agile e consapevole, condividendo per esempio in modo più efficiente Know-How, documentazione e strumenti. Da questo punto di vista, le filiere industriali potrebbero trarne non poco beneficio.

Potrà capitare che aziende riconvertano le loro produzioni dopo l’interruzione della loro produzione?

La crisi che stiamo vivendo ha minacciato fino alle fondamenta il nostro modo di fare Business. In questa contingenza, qualche azienda ha riconvertito la propria produzione, ed e’ sicuramente un modo per rispondere alle necessita’ del momento. Ma in realtà’ quel che ci si aspetta e’ un’azione più di prospettiva, che punti cioè a rivedere e innovare i modelli organizzativi e collaborativi, come accennato, nonché’ sistemi e asset produttivi, appunto. Questa esperienza, che speriamo per tutti si concluda presto, ci sta insegnando infatti che bisogna pensare in modo diverso, partendo per esempio dal considerare nuovi modi di fare business, fondati proprio sulla trasformazione digitale. Per chi vende impianti in tutto il mondo come noi, per citare un caso concreto, l’assistenza al cliente viene fornita in loco, almeno cosi dovrebbe essere. In situazioni come queste, strumenti digitali di realtà aumentata e virtuale sono ideali, perchè favoriscono collaborazioni a distanza in modo estremamente efficace. E, su queste basi, si può fare business rafforzando la partnership tra cliente e fornitore, anche attraverso nuove formule, come il noleggio di impianti. Le minacce si possono sempre convertire in opportunità.

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